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venerdì 29 aprile 2011

BEATI I PURI DI CUORE--Beati coloro che hanno gli occhi chiusi


Se ogni atto umano parte dal cuore, è ovvio che, per fare il bene, occorre avere un cuore buono. Gesù parla di cuore puro, di “puri di cuore”. Quand’è che il cuore è puro? Quando vuole e cerca tutto e solo il bene.
Non è puro un cuore che, invece di cercare il bene, va dietro al denaro, cerca il piacere, mette al primo posto il proprio “io”, con orgoglio ed egoismo.
La ricerca della purezza di cuore non va posta esclusivamente – come succede di solito nel linguaggio corrente – nel modo di vivere la dimensione sessuale. Non sono “atti impuri” solo quelli che vanno contro un retto uso della sessualità; sono impurità di cuore anche gli affetti disordinati (amare il cagnolino più che un proprio parente, amare abiti eleganti, da cambiare ogni giorno, cercare l’amicizia di persone influenti o importanti...). Sono impurità di cuore anche certi modi di vivere in famiglia con preferenze per uno e mugugni con un altro, oppure certi tipi di rapporti affettivi fondati sul “tu mi piaci” e non sul “faccio della mia vita un dono per te”.
Ma più che elencare le impurità di cuore, è meglio individuare le vie di una purezza generosa: educare al bene, onorare le persone rette, mettersi a disposizione con sacrificio, saper scoprire le virtù del prossimo.
Nei rapporti con il Signore: una preghiera è pura quando è generosa e disinteressata, quando accetta la croce dalle mani di Gesù e, nei momenti di sconforto, si abbandona alla sua grazia.
Insomma, il nostro cuore va educato, e tale educazione non possiamo attuarla se non imparando da Gesù “mite e umile di cuore” (Matteo 11,29).
Purezza vuol dire limpidezza, vuol dire chiarezza, e quindi sincerità. Attorno a questa virtù, forse, i cristiani riflettono poco, mentre Gesù ci ha insegnato: “La lampada del tuo corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è schietto, tutto il tuo corpo sarà luminoso; ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Dunque, se la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tua tenebra!” (Matteo 6,22-23).
Cuore puro, cuore schietto. Cuore non puro, cuore tenebroso, menzognero, ipocrita. Se sappiamo mirare alla purezza, alla semplicità, alla trasparenza, alla luminosità, noi non solo vedremo Dio, ma, attraverso la nostra purezza, Dio si manifesterà ai nostri fratelli!
Don Rodolfo Reviglio

Beati coloro che hanno gli occhi chiusi (3)

20. Miei cari amici, voi mi avete chiamato, ma perché? È forse per farmi
imporre le mani sulla povera sofferente che è qui, e guarirla? Ah, che sofferenza, mio
Dio! Ha perduro la vista e per lei non ci sono che tenebre. Povera figlia! Preghi e speri:
io non sono capace di far dei miracoli, io, senza la volontà del buon Dio. Tutte le
guarigioni che ho potuto ottenere, e che voi conoscete, attribuitele soltanto a colui che è
il nostro Padre comune. Nelle vostre afflizioni, dunque, guardate sempre verso il cielo e
dite nel profondo del vostro cuore: “Padre mio, guaritemi, ma fate che la mia anima
ammalata sia guarita insieme alle infermità del mio corpo; che la mia carne sia castigata
se occorre, purché la mia anima s’innalzi verso voi con il candore che aveva quando
l’avete creata”. Miei buoni amici, dopo questa preghiera che il buon Dio ascolteri
sempre, vi saranno dati la forza e il coraggio, e forse anche quella guarigione che voi
non avrete domandata che timidamente, a ricompensa della vostra abnegazione.
Ma poiché sono qui, in questa assemblea in cui si tratta prima di ogni cosa di
studiare, vi dirò che coloro che sono privati della vista dovrebbero considerarsi come i
beati dell’espiazione. Ricordatevi che Cristo ha detto che bisognava cavare il vostro
occhio, se era malvagio, e gettarlo nel fuoco, piuttosto che fosse la causa della vostra
dannazione. Ahimé! Quanti ve ne sono sulla vostra terra che un giorno, nelle tenebre,
malediranno di aver visto la luce! Oh! sí, come sono felice coloro che, nell’espiazione,
sono colpiti nella vista! il loro occhio non sarà per loro ragione di scandalo e di caduta,
possono vivere interamente la vita delle anime, possono vedere più di quanto vedete voi
che avete la vista... Quando Dio mi permette di andare a sollevare le palpebre di
qualcuno di questi poveri sofferenti e di rendergli la luce, mi dico: Anima cara, perché
non conosci le delizie dello Spirito che vive di contemplazione e di amore? Tu non
domanderesti di vedere delle immagini meno pure e meno soavi di quelle che ti è dato
d’intravedere nella tua cecità.
Oh sí! Beato il cieco che vuol vivere con Dio; più felice di voi che siete qui,
sente la felicità, la tocca, vede le anime e può slanciarsi con esse nelle sfere che i
predestinati della vostra stessa terra, non vedono. L’occhio aperto è sempre pronto a far
peccare l’anima, l’occhio chiuso, invece, è sempre pron-to a condurla verso Dio.
Credetemi davvero, miei buoni e cari amici, la cecità degli occhi è spesso la vera luce
del cuore, mentre la vista è sovente l’angelo tentatore che vi guida verso la morte.
E adesso, qualche parola per te, mia povera sofferente: spera e abbi coraggio! Se
io ti dicessi, figlia mia, i tuoi occhi rivedranno, adesso, quanto saresti felice! E chi sa se
questa gioia non sarebbe la tua perdita? Abbi fiducia nel buon Dio che ha fatto la felicità
ed ha permesso la tristezza! Farò per te tutto ciò che mi sarà permesso, ma tu, a tua
volta, prega, e soprattutto rifletti a ciò che ti ho detto ora.
Prima che io me ne vada, voi tutti che siete quí, riceverete la mia benedizione.
(VIANNEY, curato d’Ars, Parigi, 1863).

21. Osservazione. Quando un’afflizione non è una conseguenza delle azioni
della vita presente, occorre cercarne la causa in una vita anteriore. Quelli che si
chiamano i capricci del fato, non sono altro che i risultati della giustizia di Dio. Dio non
infligge mai punizioni arbitrarie, vuole sempre che fra la colpa e la punizione vi sia
correlazione. Se, nella bontà, ha posto un velo sopra le nostre azioni passate, ci dà
tuttavia una indicazione dicendo: “Chi di spada ferisce, di spada perisce”, parole che si
possono tradurre cosí: “Si è sempre puniti là dove si è peccato”. Se, dunque, qualcuno è
afflitto dalla perdita della vista, vuol dire che la vista è stata per lui la causa del fallo.
Forse è stato lui la causa della perdita della vista di un altro; forse qualcuno è diventato
cieco a causa dell’eccesso di lavoro che gli è stato imposto, o dei cattivi trattamenti,
della mancanza di cure, ecc... Allora egli subisce la pena analoga. Può darsi che lui
stesso, nel suo pentimento, abbia scelto questa espiazione, applicando a se stesso questa
parola di Gesù: “Se il tuo occhio ti è di scandalo, cavalo e gettalo via da te”.

(1) Le parole “questa generazione infedele e perversa”, nella traduzione francese
usata da Kardec suonano cosí: “questa razza adultera e peccatrice” Ecco perché Kardec
parla di adulterío e non di infedeltà. Ma il senso non cambia. (N.D.T.)
(2) Le parole fra parentesi in corsivo, non esistono nel Vangelo di San Matteo in
edizione italiana. Lo precisiamo a scanso di equivoci. (N.d.T.).
(3) Questa comunicazione è stata data a proposito di una persona cieca per la
quale era stato evocato lo Spirito di J. B. Vianney, curato di Ars.

IL VANGELO SECONDO GLI SPIRITI  (Allan Kardec) 

SCANDALI --- Se la tua mano ti e di scandalo , Tagliala


11. Ma se qualcuno scandalizzasse uno di questi piccoli, che credono in me,
sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina da asino e venisse
sommerso nel fondo del mare.
Guai al mondo per gli scandali! È necessario, però, che vi siano degli scandali;
ma guai a quell’uomo per cui avviene lo scandalo!
Se la tua mano o il tuo piede ti è di scandalo, tagliali e gettali via da te: è meglio
per te entrare nella vita monco o zoppo, che avere due mani e due piedi, ed essere
gettato nel fuoco eterno. E se l’occhio tuo ti è di scandalo, cavalo, e gettalo via da te: è
meglio per te entrare nella vita con un occhio solo, che avere due occhi ed essere gettato
nella Geenna del fuoco.
Guardatevi di non disprezzare nessuno di questi piccoli, perché io vi dico che i
loro Angeli nei cieli vedono continuamente la faccia del Padre mio che è nei cieli
(perché il Figlio dell’uomo è venuto a salvare ciò che era perduto). (San Mat-teo, Cap.
XVIII, versetti da 6 a 10; Cap. V, versetti 29 e 30) (2).

12. Si chiama scandalo in genere ogni azione che urta la morale o la decenza in
modo evidente. Lo scandalo non consiste nell’azione ma nel rumore che essa può
suscitare. La parola scandalo implica sempre l’idea di una vasta eco. Molte persone si
accontentano di evitare lo scandalo per ragioni di orgoglio e perché ne deriverebbe una
diminuzione della considerazione di cui godono fra gli uomini; per loro è sufficiente che
le loro turpitudini siano ignorate, perché la loro coscienza non li rimproveri. Sono,
secondo !e parole di Gesù, “dei se-polcri imbiancati di fuori ma dentro pieni di
putredine: dei vasi puliti di fuori e sporchi dentro”.
Ma nel senso evangelico, l’accezione della parola scandalo che è impiegata tanto
spesso, è assai più ampia: ecco perché non se ne comprende il significato in alcuni casi.
Non si tratta più soltanto di ciò che offende la coscienza degli altri, ma del risultato dei
vizi e delle imperfezioni degli uomini, di ogni reazione malvagia da individuo a
individuo, è l’efleuivo risultato del male morale.
13. È necessario però che vi siano degli scandali, ha detto Gesù, perché gli
uomini sulla terra essendo imperfetti, sono portati a fare il male, e l’albero cattivo dà
frutti cattivi. Queste parole indicano dunque che il male è una conseguenza della
imperfezione degli uomini, e non che essi siano obbligati a farlo.
14. È necessario che lo scandalo accada, perché gli uomini: essendo in
espiazione sulla terra, si puniscano da loro stessi col contatto con i loro vizi di cui sono
le prime vittime, e di cui finiscono per capire i danni. Quando saranno stanchi di soffrire
a causa del male, cercheranno il rimedio nel bene. La reazione a questi vizi serve,
quindi, agli uni da castigo ed agli altri da prova: cosí Dio fa nascere il bene dal male,
anche se gli uomini stessi utilizzano ciò che è cattivo o di scarto.
15. Se le cose stanno cosí, si dirà, il male è necessario e durerà sempre, perché se
scomparisse, Dio sarebbe privato di un potente mezzo di castigo per i colpevoli. Allora
è inutile cercar di migliorare gli uomini. Ma se non ci fossero più colpevoli non ci
sarebbe piú necessità di castighi. Supponiamo che l’umanità sia trasformata tutta in
uomini dabbene, allora nessuno cercherà più di fare del male al suo prossimo e tutti
sarebbero felici perché sarebbero buoni. Questo è, in realtà, lo stato dei mondi
progrediti, nei quali il male è escluso; tale sarà lo stato della terra quando sarà
sufficientemente progredita. Ma, mentre taluni mondi progrediscono, se ne formano
altri, popolati da Spiriti primitivi, e che servono anche da abitazione, da esilio o di
luoghi d’espiazione per gli Spiriti imperfetti, ribelli, pervicaci nel male e che sono
respinti da quei mondi che sono diventati felici.
16. Ma guai a quell’uomo per cui avviene lo scandalo: ossia il male essendo
sempre male, colui che serve a sua insaputa da strumento per la giustizia divina, che ne
ha utilizzato i cattivi istinti, ha fatto lo stesso il male e deve essere punito. Cosí per
esempio, un figlio ingrato è una punizione per il padre che ne soffre, perché questo
padre è forse stato anche lui un cativo figlio che ha fatto soffrire suo padre, e subisce
cosí la pena del taglione. Cionondimeno il figlio non ne è più scusabile, e dovrà soffrire
a sua volta, nei suoi figli o in altro modo.
17. Se la tua mano ti è di scandalo, tagliala; energica metafora che sarebbe
assurdo prendere alla lettera e che significa semplicemente che bisogna distruggere in se
stessi ogni causa di scandalo, ossia il male. Occorre strappare dal proprio cuore ogni
sentimento impuro, ogni principio vizioso; il che vuol dire che se la sua mano fosse per
lui lo strumento di una cattiva azione, sarebbe meglio che gli fosse stata tagliata, che
fosse stato privato della vista, se i suoi occhi gli avessero fatto avere cattivi pensieri. Per
chi comprende il senso allegorico profondo delle sue parole, Gesù non ha detto nulla di
assurdo: ma molte cose non si possono capire se non con la chiave che ne dà lo
spiritismo.

IL VANGELO SECONDO GLI SPIRITI   (Allan Kardec)

PECCATI DI PENSIERO -- ADULTERIO


5. Voi sapete che è stato detto: Non commettere adulterio. Ma io vi dico che
chiunque avrà guardato una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei,
nel suo cuore. San Matteo, Cap. V, versetti 27 e 28).

6. La parola adulterio non deve qui essere intesa nel senso esclusivo della sua
normale accezione, ma in un senso più generale: Gesù l’ha impiegata spesso per
designare il male, il peccato ed ogni cattivo pensiero come, per esempio, in questo
passaggio: “Poiché chi si vergognera di me e delle mie parole, in mezzo a questa
generazione infedele e perversa, il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà
nella gloria del suo Padre con gli Angeli santi”. (San Marco, Cap. VIII, versetto 38) (1).
La vera purezza non è soltanto negli atti, ma è anche nel pensiero, perché colui
che ha il cuore puro non pensa al male: è questo che ha voluto dire Gesù, condannando
il peccato anche nel pensiero perché è un segno d’impurità.
Questo principio fa sorgere naturalmente un altro interrogativo: Si subiscono le
conseguenze di un cattivo pensiero, anche se non è seguito da atti?
Bisogna fare qui un’importante distinzione. A misura che anima, che era entrata
nella cattiva via, avanza verso la vita spirituale, si illumina e si spoglia a poco a poco
delle sue imperfezioni, a seconda della maggiore o minore buona volontà che impiega,
seguendo il suo libero arbitrio. Ogni pensiero cativo è, dunque, il risultato della
imperfezione dell’anima: ma a cagione del desiderio che essa ha concepito di
purificarsi, questo cattivo pensiero stesso diviene per lei un’occasione di progresso,
poiché lo respinge energicamente. È l’indizio di una macchia che si sforza di cancellare:
se si offre l’occasione di soddisfare um desiderio peccaminoso, non cederà, e dopo che
avrà resistito, si sentirà più forte e lieta della sua vittoria.
Al contrario, l’anima che non ha preso buone risoluzioni, cerca l’occasione, e se
non compie l’atto peccaminoso non è a causa della sua volontà, ma del fatto che le è
mancata l’occasione: è dunque altrettanto colpevole come se avesse com-messo l’atto.
In sintesi: nella persona che non concepisce nemmeno l’idea del male, il
progresso è già compiuto; in quella cui questo pensiero viene ma è respinto, il progresso
si sta compiendo; in quella, invece, che di questo pensiero si compiace, il male ha
ancora tutta la sua forza. Nell’una il lavoro è già fatto, nell’altra è ancora da fare. Dio,
che è giusto, tiene conto di tutte queste sfumature nel vagliare la responsabilità delle
azioni e dei pensieri dell’uomo.

IL VANGELO SECONDO GLI SPIRITI   (Allan Kardec)

SEMPLICITA' E PUREZZA DI CUORE



1. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. (San Mateo, -Cap. V, versetto 8).

2. E gli conducevano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli sgridavano
quelli che glieli presentavano. Gesù, veduto questo, s’indignò e disse loro: “Lasciate
venire a me i bambini e non glielo impedite: perché il regno di Dio è di quelli che son
simili a loro. In verità vi dico, chi non rieverà il regno di Dio come un fanciullo, non
c’entrerà”. Poi li abbracciò e li benedisse, imponendo loro le mani. (San Marco. Cap. X,
versetti da 13 a 16).

3. La purezza di cuore è inseparabile dalla semplicità e dall’umiltà. Essa esclude
ogni pensiero d’egoismo e d’orgoglio: perciò Gesù prende l’infanzia quale emblema di
questa pureza, come l’ha presa per emblema dell’umiltà.
Questo paragone potrebbe non sembrare giusto se si considera che lo Spirito del
bambino può essere antichissimo e che, rinascendo alla vita corporea, porta con sé le
imperfezione di cui non si è liberato nelle sue precedenti esistenze: solo uno Spirito
arrivato alla perfezione potrebbe costituire il tipo della vera purezza. Ma è giusto dal
punto di vista della vita presente, perché il fanciullo, non avendo potuto ancora
manifestare nessuna tendenza perversa, ci offre l’immagine dell’innocenza e del
candore. Cosí Gesù non dice affatto che il regno di Dio è per loro, ma per coloro che
sono simili a loro.
4. Dato che lo Spirito del bambino è già vissuto, perché, fin dalla nascita, non si
mostra quale è? Tutto è saggio nelle opere di Dio. Il bambino ha bisogno delle delicate
cure che solo la tenerezza materna può avere per lui, e questa tenerezza è accresciuta
dalla debolezza e dall’ingenuità che egli ha. Per una madre, suo figlio è sempre um
angelo, e doveva essere cosí per accattivarsi la sua sollecitudine; la madre non avrebbe
potuto avere per lui lo stesso abbandono se, invece della ingenua grazia, avesse trovato
in lui, con lineamenti infantili, un carattere virile, e le idee di un adulto. Meno ancora, se
avesse conosciuto il suo passato.
D’altronde, bisognava che l’attività del principio intelligente fosse proporzionata
alla debolezza del corpo che non avrebbe potuto resistere ad una eccessiva attività dello
Spirito, come appare chiaro dai soggetti troppo precoci. È per questo che, fin dall’inizio
dell’incarnazione, lo Spirito, entrando in un periodo di turbamento, perde a poco a poco
la coscienza di sé: in questo periodo è come in una specie di sonno, durante il quale le
sue facoltà restano allo stato latente. Questo state transitorio è necessario per dare allo
Spirito un nuovo punto di partenza e fargii dimenticare, nella sua nuova esistenza
terrestre, le cose che avrebbero potttto ostacolarlo. Il suo passato, tuttavia, reagisce in
lui; rinascerà alla vita più grande, più forte, moralmente e intellettualmente, sostenuto
ed assecondato dall’intuizione che conserva dell’esperienza acquisita.
A cominciare dalla nascita, gradualmente, le sue idee riprendono il loro slancio
sviluppandosi in pari tempo allo sviluppo degli organi: si può dire, quindi, che durante i
primi anni di vita lo Spirito è veramente infantile perché le idee che formeranno il fondo
del suo carattere sono ancora assopite. Nel tempo in cui i suoi istinti sonnecchiano, è più
agile e, in conseguenza, più accessibile alle impressioni che possono modificare la sua
natura e farlo progredire, il che rende più facile il loro compito ai genitori.
Per un certo tempo lo Spirito riveste dunque l’abito dell’innocenza, e Gesù è nel
vero quando, malgrado il fatto che l’anima abbia già vissuto, prende il bambino a
emblema della purezza e della semplicità.

IL VANGELO SECONDO GLI SPIRITI   (Allan Kardec)

CHE COSA BISOGNA INTENDERE PER BEATI I POVERI DI SPIRITO


1. Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli! (San Matteo, Cap.
V, versetto 3).

2. L’incredulità si è divertita con questa massima: “Beati i poveri in spirito”,
come con molte altre cose, senza capirle. Per poveri in spirito, Gesù non intendeva gli
uomini di scarsa intelligenza, ma gli umili: egli dice che il regno dei cieli è loro e non
degli orgogliosi.
Quelli che, secondo il mondo, sono uomini di scienza e di spirito, hanno
un’opinione cosí alla di loro stessi e della loro superiorità che considerano le cose
divine come indegne della loro attenzione: i loro sguardi, concentrati sulla loro persona,
non possono elevarsi fino a Dio. Questa tendenza a giudicarsi al di sopra di tutto, troppo
spesso li porta a negare ciò che, essendo al di sopra di loro, potrebbe abbassarli, a
negare perfino la Divinità. O, se accettano di ammetterla, vogliono con-testare alla
Divinità una delle sue più belle attribuzioni, la sua azione provvidenziale sulle cose di
questo mondo, poiché sono persuasi che bastano loro a governarlo bene. Prendono la
loro intelligenza per la misura dell’intelligenza universale e si ritengono atti a capire
tutto, cosí non riescono a credere alla possibilità di ciò che non capiscono: quando è
pronunciato, il loro giudizio é senza appello.
Se si rifiutano d’ammettere il mondo invisibile e una potenza extraumana, non è
tuttavia che questo sia al di sopra della loro portata, ma é che il loro orgoglio si rivolta
all’idea di qualcosa al di sopra della quale non possono collocarsi e che li farebbe
discendere dal loro piedistallo. Ecco perché non hanno che sorrisi di disprezzo per tutto
ciò che non appartiene al mondo visibile e tangibile: si attribuiscono troppo intelletto e
troppa scienza per credere a cose che, secondo loro, valgono soltanto per le persone
semplici e giudicano coloro che le prendono sul serio come dei poveri di spirito.
Qualsiasi cosa ne dicano, ciononostante, dovranno pur entrare come tutti in
questo mondo invisibile che deridono: allora i loro occhi saranno aperti ed essi
riconosceranno il loro errore. Ma Dio, che é giusto, non può ricevere con eguale favore
colui che ha misconosciuto la sua potenza e colui che si è umilmente sottomesso alle
sue leggi, né può far loro lo stesso trattamento.
Dicendo che il regno dei cieli è per i semplici, Gesù vuol dire che nessuno vi
può essere ammesso senza la semp!icità del cuore e l’umiltà dello spirito; che
l’ignorante che possiede questa qualità sarà preferito al sapiente che crede più in se
stesso che in Dio. In ogni circostanza, Gesù pone l’umiltà nel novero di quelle virtù che
avvicinano a Dio e l’orgoglio fra i vizi che allontanano da Dio. E questo per una ragione
naturalissima: che l’umiltà é un atto di sottomissione a Dio, mentre l’orgoglio è una
ríbellione a lui. Per la felicità dell’uomo, dunque, è molto meglio essere poveri in
spirito, nel senso mondano, e ricchi in qualità morali.

IL VANGELO SECONDO GLI SPIRITI (Allan Kardec)

PROVE VOLONTARIE -- Il vero ciclo



26. Voi domandate se è permesso di mitigare le proprie prove: è una domanda
simile a questa: è permesso a chi sta annegando di cercare di salvarsi? a chi ha una spina
nel piede, di tentare di toglieria? a chi è ammalato di chiamare il medico? Le prove
hanno lo scopo di esercitare l’intelligenza, tanto quanto la pazienza e la rassegnazione:
un uomo può nascere in una posizione penosa e imbarazzante, proprio per obbligarlo a
cercare i mezzi per vincere le difficoltà. Il merito consiste nel sopportare senza lagnarsi
le conseguenze dei mali che non si possono evitare, nel perseverare nella lotta, nel non
disperarsi se non si riesce; non nel lasciar correre, perché più che virtù sarebbe pigrizia.
Questa domanda ne comporta naturalmente un’altra. Poiché Gesù ha detto:
“Beati gli afflitti”, c’è del merito nel cercare le afflizioni, aggravando le prove con delle
sofferenze volontarie? Vi risponderò molte chiaramente: sí, vi è un gran merito quando
sofferenze e privazioni hanno il fine del bene del prossimo, perché allora è carità fatta
per mezzo del sacrificio; non v’è nessun merito quando non hanno altro scopo che se
stessi, perché allora non è che fanatico egoismo.
Occorre fare qui una profonda distinzione: per voi, personalmente,
accontentatevi delle prove che vi manda Dio e non aumentatene il peso che è già,
talvolta, cosí greve; accettatele senza lagnarvi e con fede, è tutto ciò che egli vi chiede.
Non indebolite il vostro corpo con privazioni inutili e macerazioni senza scopo, perché
avete bisogno di tutte le vostre forze per compiere la vostra missione che è il vostro
lavoro sulla terra. Torturare e martirizzare voluntariamente il vostro corpo è
contravvenire alla legge di Dio, che vi dà i mezzi per sostenerlo e fortificarlo;
indebolirlo senza necessità è un vero suicidio. Usate, ma non abusate: questa è la legge:
l’abuso, anche delle cose migliori, comporta una punizione a causa delle sue inevitabili
conseguenze.
Tutt’altro è ciò che riguarda le sofferenze che ci si impone per alleviarne il
prossimo. Se voi sopportate il freddo e la fame per riscaldare e nutrire chi ne ha
bisogno, e se il vostro corpo ne soffre, ecco che questo sacrificio è benedetto da Dio.
Voi che abbandonate i vostri salotti profumati per recarvi a portare consolazioni negli
abbaini graveolenti; voi che insudiciate le vostre mani delicate curando le piaghe; voi
che vi private del sonno per vegliare al capezzale di un ammalato che non è vostro
fratello che in Dio; voi, infine, che consumate la vostra salute nell’esercizio delle opere
buone, ecco il vostro cilicio. Un vero cilicio di benedizione, perché le gioie del mondo
non hanno affatto reso insensibile il vostro cuore; non vi siete lasciati cullare dalle
snervanti voluttà della fortuna, ma avete voluto essere gli angeli consolatori dei poveri
diseredati.
Ma voi, che vi ritirate dal mondo per evitarne le seduzioni e vivere
nell’isolamento, quale è la vostra utilità sulla terra? dove è il vostro coraggio nelle
prove, visto che fuggite la lotta e disertate il combattimento? Se volete un cilicio,
applicatelo alla vostra anima e non al vostro corpo; mortificate il vostro Spirito e non la
vostra carne; fustigate il vostro orgoglio; ricevete le umiliazioni senza lamentarvi;
calpestate il vostro amor proprio; irrigidirevi contro il dolore dell’ingiuria e della
calunnia, più acuto dei dolori fisici. Ecco il vero cilicio in cui piaghe vi saranno contate
come meriti, poiché saranno la dimostrazione del vostro coraggio e della vostra
sottomissione ai voleri di Dio. (UN ANGELO CUSTODE, Parigi, 1863).

27. Si deve porre un termine alle prove del prossimo, quando si può, o, per
rispetto ai disegni di Dio, bisogna lasciarle seguire il loro corso?
Abbiamo detto e ripetuto spesso che siete su questa terra d’espiazione per
compiere le vostre prove, e che tutto quello che vi succede è una conseguenza delle
esistenze anteriori, è l’interesse del debito che dovete pagare. Ma questo pensiero
provoca presso certuni delle riflessioni che è necessario interrompere perché potrebbero
avere funeste conseguenze.
Alcuni pensano che, dal momento che si è sulla terra per espiare, bisogna che le
prove facciano il loro corso. Ce ne sono perfino di quelli che arrivano a credere che non
soltanto non si deve far nulla per attenuarle, ma che, al contrario, bisogna contribuire
affinché dovengano più utili rendendole più energiche. È un grave errore. Sí, le vostre
prove debbono seguire il corso tracciato da Dio, ma, questo corso, voi lo conoscete?
Sapete fino a qual ponto debbano giungere, e se il vostro Padre misericordioso non ha
detto alla sofferenza di questo o quello dei vostri fratelli: “Tu non andrai più oltre”?
Sapete se la sua provvidenza vi ha scelti non come strumento de supplizio per aggravare
le sofferenze del colpevole, ma come balsamo di consolazione per cicatrizzare le piaghe
che la sua giustizia aveva aperte? Quando vedete uno dei vostri fratelli colpito dalla
sofferenza, non ditevi dunque: È la giustizia di Dio che deve fare il suo corso. Ditevi al
contrario: Vediamo quali mezzi il nostro Padre misericordioso ha posto in mio potere
per alleviare la sofferenza del mio fratello. Vediamo se il mio conforto morale, il mio
aiuto materiale, i miei consigli, potranno aiutarlo a superare questa prova con maggiore
forza, più pazienza e più rassegnazione. Vediamo anche se Dio non ha messo nelle mie
mani il mezzo per far cessare questa sofferenza: se non è stato concesso a me, sia pure
come prova, forse come espiazione, di fermare il male e di sostituirlo con la pace.
Aiutatevi dunque sempre nelle vostre prove rispettive e non vi considerate mai
come strumenti di tortura: un simile pensiero deve ripugnare ad ogni uomo di cuore, e
soprattutto ad ogni spiritista: perché lo spiritista, più di ogni altro, deve comprendere
l’estensione infinita della bontà di Dio. Lo spiritista deve pensare che tutta la sua vita
deve essere un atto damore e di abnegazione: che qualsiasi cosa egli possa fare per
opporsi alle decisioni del Signore, la sua giustizia avrà corso egualmente. Può, dunque,
senza nessun timore compiere tutti i suoi sforzi per alleviare l’amarezza della
espiazione, ma è Dio soltanto che può arrestarla o prolungarla come giudica opportuno.
Non ci sarebbe un immenso orgoglio nell’uomo che si credesse in diritto, per
cosí dire, di rigirare l’arma nella piaga? di aumentare la dose di veleno nell’animo di
colui che soffre, col pretesto che questa è la sua espiazione? Oh! consideratevi sempre
come l’istrumento scelto per farla cessare! Riassumendo: voi siete sulla terra per
espiare, ma tutti, senza eccezioni, dovete fare ogni sforzo per addolcire l’espiazione dei
vostri fratelli, secondo la legge d’amore e di carità. (BERNARDIN, Spirito protettore,
Bordeaux, 1863).

28. Un uomo è in agonia, in preda a crudeli sofferenze; si sa che il suo stato è
senza speranza; è permesso di risparmiargli qualche momento d’angoscia, affrettando la
sua fine?
Chi vi ha dato, dunque, il diritto di giudicare voi, prima che si mostrino, i
disegni di Dio? Non può forse condurre un uomo sull’orlo della tomba, per poi ritrarlo,
al fine di farlo ritornare in sé e di indurlo ad altri pensieri? Qualunque sia la condizione
di un moribondo, anche all’estremo, nessuno può dire con certezza che la sua ultima ora
è giunta. La scienza stessa non si è mai ingannata nelle sue previsioni?
So bene che vi sono dei casi che si possono considerare come disperati, ma
anche se non vi può essere nessuna speranza di un ritorno definitivo alla vita ed alla
salute, esistono innumerevoli esempi di malati che, al momento di rendere l’ultimo
respiro, si sono rianimati ed hanno recuperato per qualche momento le loro facoltà!
Ebbene, quest’ora di grazia che viene accordata, può avere per loro la massima
importanza; perché voi ignorate quali riflessioni ha potuto fare il suo Spirito nelle
convulsioni dell’agonia, e non sapete che tormenti gli possono essere risparmiati da un
lampo di pentimento.
Il materialista che non vede che il corpo e non fa nessun conto dell’anima, non
può capire queste cose; ma lo spiritista, che conosce quello che accade al di là della
tomba, sa bene quanto sia alto il prezzo dell’ultimo pensiero. Alleviate per quanto
potete le ultime sofferenze, ma guardatevi dall’idea di abbreviare la vita, anche di un
solo minuto, perché questo minuto può far risparmiare nell’avvenire molte lagri-me.
(SAN LUIGI, Parigi, 1860).

29. Colui che è disgustato della vita, ma non vuole togliersela, è colpevole se
cerca la morte su un campo di battaglia, con l’intento di rendere utile la sua morte?
Che l’uomo si dia la morte o che se la faccia dare da altri, il suo scopo è sempre
quello di abbreviare la sua vita, e, in conseguenza, si tratta egualmente di suicidio; se
non di fatto, certamente d’intenzione. Il pensiero che la sua morte si renda utile a
qualche cosa, è illusorio; non è che un pretesto per abbellire la sua azione e renderla
scusabile ai suoi occhi stessi. Se avesse veramente il desiderio di essere utile al suo
paese, lo difenderebbe ma cercherebbe di vivere e non di morire, perché una volta che
fosse morto non gli servirebbe più a nulla. La vera abnegazione consiste nel non temere
la morte quando è il momento di rendersi utile, nello sfidare il pericolo, nell’essere
disposti a fare il sacrificio della propria vita senza rimpianti, se è necessario; ma
l’intenzione premeditata di cercate la morte esponendosi al pericolo, anche per essere
utile, annulla il merito dell’azione. (SAN LUIGI, Parigi, 1860).

30. Un uomo si espone ad un pericolo imminente per salvare la vita ad uno dei
suoi simili, sapendo che soccomberà egli stesso: questa azione può essere considerata
come un suicidio?
Poiché non vi è intenzione di cercare la morte, non è suicidio, ma sacrificio ed
abnegazione, anche se si avesse la certezza di perire. Ma chi può avere questa certezza?
Chi può dire se la Provvidenza non ha in riserva un mezzo insperato di salvezza proprio
nel momento più critico? Non può forse salvare anche colui che è legato alla bocca di
un cannone? Spesso vuol portare la prova della rassegnazione fino all’ultimo limite, e
solo allora una circostanza inattesa allontana il colpo fatale. (SAN LUIGI, Parigi, 1860).
31. Coloro che accettano le loro sofferenze con rassegnazione sottomessi alla
volontà di Dio e pensando alla loro futura felicità, non si occupano che di loro stessi,
possono rendere le loro sofferenze vantaggiose per altri?
Queste sofferenze possono essere vantaggiose per altri, materialmente e
moralmente. Materialmente se, con il lavoro, le privazioni ed i sacrifici che
s’impongono, contribuiscono al benessere materiale del loro prossimo; moralmente
grazie all’esempio che danno della loro sottomissione alla volontà di Dio. Questo
esempio della potenza della fede spiritista può indurre i disgraziati alla rassegnazione,
può salvarli dalla disperazione e dalle sue funeste conseguenze nell’avvenire. (SAN
LUIGI, Pa-rigi, 1860).
(1) Oggi diremmo “shock”


IL VANGELO SECONDO GLI SPIRITI (Allan Kardec)

LA MALINCONIA


. Sapete perché una vaga tristezza si impadronisce talvolta dei vostri cuori e vi
fa trovare la vita tanto amara? È il vostro Spirito che aspira alla felicità ed alla libertà, e
che, legato al corpo che gli serve da prigione, si esaurisce in vani sforzi per uscirne. Ma,
vedendo che i suei sforzi non ottengono il loro scopo, finisce per cadere nello
scoraggiamento e, siccome il corpo subisce la sua influenza, il languore, lo scoramento
ed una specie di apatia s’impadroniscono di voi, facendovi sentire infelice.
Ascoltatemi; resistete energicamente a queste impressioni che indeboliscono la
vostra volontà. Queste aspirazioni ad una vita migliore sono innate in tutti gli uomini,
ma non cercate di realizzarle quaggiù. Adesso che Dio vi manda i suoi Spiriti per
istruirvi circa la felicità che vi riserva, aspettate con pazienza l’angelo della liberazione
che vi aiuterà a rompere i legami che tengono prigioniero il vostro Spirito. Pensate che,
durante il vostro periodo di prova sulla terra, voi dovete compiere una missione che
ignorate vi sia stata affidata, cosi dedicandovi alla vostra famiglia con l’adempiere tutti i
diversi compiti di cui Dio vi ha incaricati. E se, durante tale prova e assolvendo i vostri
impegni, vi vedrete colpiti dagli affanni, dalle inquietudini, dai dolori, siate forti e
coraggiosi per sopportarli. Affrontateli decisamente; sono di breve durata e dovranno
condurvi presso gli amici che voi piangete, che si rallegreranno del vostro arrivo fra loro
e vi apriranno le braccia per condurvi in un luogo in cui non possono accedere i dolori
della terra. (FRANÇOIS DE GENÈVE, Bordeaux).

IL VANGELO SECONDO GLI SPIRITI (Allan Kardec)