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mercoledì 23 febbraio 2011

DISGUSTO DELLA VITA--SUICIDIO



(domande e risposte)
943 - Da che viene in parecchi il disgusto della vita senza un motivo plausibile?
Risposta: «Dall’ozio, dalla mancanza di fede e spesse volte dalla sazietà. Per chi esercita le sue facoltà con un fine utile e secondo le sue attitudini naturali, il lavoro non riesce penoso, e la vita passa più rapidamente: egli ne sopporta le vicissitudini con tanta maggiore pazienza e rassegnazione, quanto maggiore è la sua fede nella felicità più vera e più durevole, che lo aspetta».
944 - Ha l’uomo il diritto di disporre della sua vita?
Risposta: «No; questo diritto è di Dio. Il suicidio volontario è una violazione della legge di conservazione».
Domanda: - Il suicidio non è sempre volontario?
Risposta: «Il pazzo, che si uccide, non sa quel che si faccia».
945 - Che pensare di coloro che si uccidono per disgusto della vita?
Risposta: «Insensati! Perché non si diedero al lavoro? Non avrebbero trovata gravosa l’esistenza».
946 - E di coloro che si uccidono per sottrarsi alle miserie e ai disinganni di questo mondo?
Risposta: «Poveri Spiriti, che non hanno il coraggio di sopportare gli affanni dell’esistenza! Dio aiuta chi soffre, ma non chi manca d’animo e di forza. Le tribolazioni della vita sono prove, od espiazioni beati quelli che le tollerano senza mormorare, poiché ne saranno ricompensati! Guai, per contrario, a coloro che attendono la propria salute da ciò che nella loro empietà chiamano caso o fortuna! Il caso o la fortuna, per valermi del loro linguaggio, possono, è vero, favorirli qualche volta; ma perché provino più tardi e più crudelmente la delusione di avere confidato in cose vane».
Domanda - Quelli che hanno condotto gli infelici ad un tale stato di disperazione,ne subiranno le conseguenze?
Risposta: «Oh, guai, guai ad essi! Poiché ne risponderanno come di un omicidio».
947 - L’uomo che, messo alle strette dalla necessità, si lascia morire per disperazione, può considerarsi quale
suicida?
Risposta: «E’ proprio tale; ma chi lo induce a quel passo, o potrebbe impedirlo e non lo fa, avrà maggior castigo di lui, che troverà indulgenza. Però non crediate che egli resterà del tutto impunito, interamente assolto, ove abbia mancato di fermezza e di perseveranza, e non avrà fatto uso di tutte le sue forze e facoltà per sottrarsi alle strette della miseria.
Meschino lui, poi, se la sua disperazione è stata determinata dall’orgoglio, cioè se egli si è spinto a quel passo cedendo a stolti pregiudizi, i quali fanno credere che un uomo già vissuto nell’agiatezza non possa vivere col lavoro delle sue mani, e che sia preferibile lasciarsi morire di fame, piuttosto che degradarsi e vivere in una condizione più modesta della condizione precedente! Non è forse cento volte più nobile e dignitoso lottare contro le avversità, e disprezzare la critica di un mondo vano ed egoista, che non è devoto se non a coloro cui ride la fortuna, e vi volta le spalle quando vi trovate nel bisogno? Sacrificare la propria vita ai pregiudizi di questo mondo è cosa insensata, perché il mondo non tiene conto di questi sacrifici, da cui non ricava alcun vantaggio».
948 - Chi si uccide per sfuggire all’onta di un delitto è riprovevole come colui che lo fa per disperazione?
Risposta: «Il suicidio non cancella la colpa; anzi, alla prima ne aggiunge una maggiore. Come si ebbe il coraggio di fare il male, occorre avere anche quello di subirne le conseguenze. Però Dio giudica con assoluta giustizia, e può talora mitigare la sua severità».
949 - Il suicidio è scusabile, quando il suicida ha lo scopo di impedire che l’onta ricada sui figli, o sulla famiglia?
Risposta: «Chi lo commette fa male, ma crede di far bene, e Dio gliene terrà conto, poiché è un’espiazione, che si impone da sé. Egli attenua la sua colpa con l’intenzione; ma purtuttavia la colpa è sempre colpa. Del resto, abolite gli abusi della vostra società e i vostri pregiudizi, e non avrete più di questi suicidi».

Kardec: Chi si toglie la vita per sfuggire all’onta di una cattiva azione dimostra di tenere più alta stima degli uomini che all’amore di Dio, e rientra nella vita spiritica col peso delle sue iniquità, poiché privandosi della vita, si è privato del mezzo di riparare al malfatto e purificarsene. Iddio sovente è meno inesorabile degli uomini: perdona al sincero pentimento, ed apprezza la riparazione; ma il suicida non ripara a
nulla.
950 - Che pensare di colui che si toglie la vita quaggiù nella speranza di giungere così più presto ad una migliore?
Risposta: «Follia! Faccia il bene, e allora sarà sicuro di arrivarvi, mentre in questo modo ritarda la sua entrata in un mondo migliore, perché egli stesso sarà costretto a chiedere di venire a terminare quella vita, che si è troncata per una falsa idea. Una colpa, qualunque sia, non apre mai l’accesso al santuario degli eletti».
951 - Il sacrificio della propria vita non è meritorio quando è fatto per salvare un altro, o per giovare in una
maniera qualsiasi ai suoi simili?
Risposta: «Il sacrificio della propria vita per il bene degli altri non e un suicidio, ma un atto sublime, se veramente utile, e non offuscato dall’orgoglio. Un sacrificio è tanto meritorio, quanto più è disinteressato; se talvolta chi lo compie ha segreti fini personali, allora ne scema il valore agli occhi di Dio».

Kardec: Ogni sacrificio a spese del proprio bene è un atto sovranamente meritorio agli occhi di Dio, perché è la pratica della legge di carità. Siccome la vita è il bene massimo che l’uomo abbia sulla terra, chi vi rinuncia a vantaggio del suo simile non commette una colpa, ma compie un sacrificio sublime: solo, prima di compierlo, deve considerare se la sua vita non sia più utile della sua morte.

952 - L’uomo, il quale perisce vittima dell’abuso di passioni, che, come egli sa, affretteranno la sua morte, ma a cui non ha più forza di resistere, perché l’abitudine le ha convertite in veri bisogni fisici, commette un suicidio?
 Risposta: «Un suicidio morale. Non vedete che l’uomo in questo caso è doppiamente colpevole? Mancanza di coraggio e bestialità da una parte, e dall’altra sconoscenza di Dio».
Domanda: - E’ più o meno colpevole di colui, che si toglie la vita per disperazione?
Risposta: «Molto più, perché ha il tempo di riflettere sul suo suicidio, mentre chi si uccide nell’impeto di una passione è talora in una specie di aberrazione, che tocca la pazzia. Il castigo ne sarà dunque assai maggiore, perché le pene sono sempre proporzionate alla coscienza delle colpe, che ha chi le commette».
953 - Allorché un uomo si vede dinanzi una fine certa e terribile, è colpevole, se abbrevia di alcuni istanti i suoi dolori con una morte volontaria?
Risposta: «E’ sempre colpa non aspettare il termine stabilito da Dio. Del resto, chi lo assicura, che questo termine sia venuto, e che egli non possa ricevere un soccorso inaspettato all’ultimo momento?».
Domanda: - Si comprende che nelle circostanze ordinarie il suicidio è delitto: ma quando la morte sia inevitabile, e la vita non si abbrevi che di pochissimo tempo?
Risposta: «E’ sempre una mancanza di rassegnazione e di sottomissione alla volontà del Creatore».
Domanda: - Quali sono in tal caso le conseguenze del suicidio?
Risposta: «Una espiazione proporzionata, come sempre, alla gravità della colpa, secondo le circostanze».
954 - Un’imprudenza, che metta a rischio la vita senza necessità, è delitto?
Risposta: «Non vi è colpa, dove non ci sia intenzione o coscienza positiva di fare del male».
955 - Le donne, che in certi casi si bruciano volontariamente col corpo del marito, vanno considerate come
suicide, e ne subiscono le conseguenze?
Risposta: «Esse ubbidiscono ad un pregiudizio, e spesso lo fanno perché costrette e non di propria volontà. Credono di compiere un dovere, la qual cosa elimina ogni idea di suicidio. Hanno scusa nella nullità morale, in cui per lo più sono cresciute, e nella propria ignoranza. Quelle barbare usanze scompariranno al lume della civiltà».
956 - Coloro, che non potendo sopportare la perdita di persone amate, si uccidono nella speranza di andarle a raggiungere, riescono nel loro intento?
Risposta: «Ottengono l’effetto opposto: invece di congiungersi con l’oggetto della loro affezione, se ne allontanano per più lungo tempo, poiché Dio non può ricompensare un atto di debolezza e l’oltraggio che gli si fa col dubitare della sua Provvidenza. Pagheranno la loro follia con affanni più gravi di quelli che stimano di abbreviare, e senza il conforto della speranza, che avevano prima». (Vedi numero 934 e seguenti).
957 - Quali sono, in generale, le conseguenze del suicidio sullo stato dello Spirito?
Risposta: «Disparatissime: non ci sono pene prestabilite, perché esse sono sempre relative alle cause della colpa; ma la conseguenza a cui nessun suicida può sfuggire, è il disinganno (vedi numeri 155 - 165). Nel resto, la sorte non è uguale per tutti, e dipende dalle circostanze: alcuni espiano il proprio delitto immantinente; altri in una nuova esistenza che sarà peggiore di quella di cui hanno interrotto il corso».

Kardec: E, invero, l’osservazione mostra come le conseguenze del suicidio non siano sempre le stesse: ce ne sono però delle comuni a tutti i casi di morte violenta o subitanea interruzione della vita. La più comune fra queste la persistenza più prolungata e più tenace del legame, che unisce lo Spirito ed il corpo, perché quasi
sempre esso si trova in tutta la sua forza al momento in cui viene spezzato, mentre nella morte naturale s’indebolisce a grado a grado, e spesso è sciolto prima che la vita sia spenta del tutto. Effetti di un tale stato di cose sono il prolungarsi del turbamento spiritico, e poi dell’illusione, per la quale, per un tempo più o meno
lungo, lo Spirito crede di appartenere ancora al numero dei viventi.
L’affinità che persiste fra lo Spirito e il corpo, produce in alcuni suicidi una specie di ripercussione dello stato del corpo sullo Spirito, che risente suo malgrado gli effetti della decomposizione, e ne prova angoscia ed orrore, e questo stato può durare tanto, quanto avrebbe dovuto durare la vita ch’essi hanno interrotta. Questo effetto non è in generale; ma in nessun caso il suicidio va immune dalle conseguenze della sua viltà, e, presto o tardi, espia la sua colpa in uno o in un altro modo. Così, parecchi Spiriti, i quali furono infelicissimi su questa terra, hanno detto di essersi uccisi nella precedente esistenza, e poi di essersi assoggettati a novelle prove, per tentare di sopportarle con maggiore rassegnazione. In alcuni si osserva una specie di attaccamento alla materia, da cui cercano invano di liberarsi, per salire verso mondi migliori, il cui accesso tuttavia è loro interdetto. Nei più si palesano il rincrescimento di aver fatto cosa inutile e l’amarezza della delusione.
La religione, la morale, tutte le filosofie condannano il suicidio come contrario alle leggi di natura; tutte ci dicono concordemente che nessuno ha il diritto di abbreviare volontariamente la sua vita. Ma perché non ha l’uomo questo diritto? Perché non è libero di porre un termine alle proprie sofferenze? Era compito riservato allo Spiritismo di dimostrare, con l’esempio di quelli che soccombettero, che il suicidio non solo è una colpa, considerata come infrazione di una legge morale, cosa che per alcuni può non avere una grande importanza, ma altresì una stoltezza, con la quale, lungi dal guadagnare, si perde. Lo Spiritismo non ci insegna solo la teoria; ma ci pone sotto gli occhi i fatti.


IL LIBRO DEGLI SPIRITI di Allan Kardec

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